Eccoci giunti all’ultimo dei tre capitoli riguardanti la depressione e le strategie terapeutiche a disposizione, naturali e non.
Nel primo articolo (link QUI) abbiamo parlato dell’eziopatogenesi della depressione, con particolare riferimento ai meccanismi molecolari ed alla sintomatologia, mentre nel secondo (link QUI) abbiamo analizzato l’efficacia dell’Iperico nel trattamento della depressione.
Con questo terzo articolo desideriamo invece far luce una volta per tutte sulle potenzialità terapeutiche della cannabis, accennando ai molti disturbi (neurologici e non) per il trattamento dei quali la cannabis appare una valida strategia.

MA E’ DAVVERO TUTTO COSI’ SEMPLICE?

In realtà, con buona pace di coloro che ritengono la marijuana la panacea per tutti i mali, la nostra simpatica piantina verde mostra una realtà molto complessa. Analizziamola insieme.

Principi attivi
Il principio attivo è il delta-9-tetraidrocannabinolo, detto anche THC. Essendo molto liposolubile, passa rapidamente attraverso le barriere biologiche ed organi ad alto contenuto di lipidi, come ad esempio la barriera ematoencefalica ed il tessuto adiposo. Proprio la sua affinità con l’adipe corporeo garantisce l’accumulo della sostanza che viene smaltita lentamente, rimanendo fino ad un mese nell’organismo con rischi di tossicità e scarsa tolleranza in seguito ad eventuali somministrazioni ripetute.
Uno dei metaboliti più attivi è il cannabidiolo, chiamato anche CBD. Essendo anch’esso attivo, contribuisce al mantenersi dell’effetto del THC, e ne potenzia l’azione analgesica


Cannabinoidi endogeni
Pochi in realtà sanno che lo studio degli effetti della cannabis ha permesso di scoprire altre molecole che si legano agli stessi recettori, ma che sono prodotte naturalmente dal nostro organismo. Sto parlando degli endocannabinoidi, come l’anandamide (AA) ed il 2-arachidonoil-glicerolo (2AG).

I recettori degli (endo)cannabinoidi sono di due tipi, e sono chiamati CB1 e CB2. Mentre i CB2 sono presenti sui linfociti e negli organi deputati alla difesa immunitaria (milza, tonsille ed altri linfonodi), i CB1 sono piuttosto ubiquitari: li ritroviamo nel sistema nervoso centrale, muscoli, tessuto adiposo ed apparato digerente.

Manifestazioni cliniche
Il fumo rappresenta la principale modalità di assunzione, e la marijuana produce cambiamenti nell’umore e nella motivazione. Gli effetti comportamentali sono riassunti in uno stato di high che dura circa due ore: si possono però anche verificare reazioni spiacevoli come attacchi di panico ed allucinazioni. Ad ogni modo, la sensazione di high lascia il posto ad un periodo di sonno e/o sedazione, così come un forte aumento dell’appetito. Pochi consumatori sviluppano dipendenza e la sindrome di astinenza è di lieve entità. Comunque sia, i danni a livello dell’apparato respiratorio sono più marcati di quelli che si osservano in chi fuma tabacco: nonostante l’aspirazione dei prodotti della combustione provochi gli stessi disturbi in ogni caso la marijuana è ritenuta più patogena in quanto le differenti “tecniche di fumata”, oltre che all’assenza di un vero e proprio filtro (presente invece nelle sigarette), aggravano le condizioni in cui i polmoni si vengono a trovare.

Potenzialità terapeutiche
A causa dell’ubiquitarietà dei recettori per i cannabinoidi, appare chiaro come le possibilità d’impiego siano molto variegate: il sistema endocannabinoide, infatti, controlla molte funzioni, tra le quali ricordiamo:
-Energia e metabolismo
-Nausea e vomito
-Dolore
-Proliferazione cellulare
-Epilessia
-Sclerosi multipla
-Disturbi del movimento
-Ansia e depressione

Reali applicazioni terapeutiche
In realtà, se davvero vogliamo pensare alla marijuana come un potenziale farmaco, dovremmo completamente toglierci dalla testa l’idea di assumerlo fumando. Questo perché la combustione, oltre a rappresentare un danno per i polmoni, distrugge buona parte dei principi attivi contenuti nella droga (nel senso erboristico del termine, nda).
Ad ogni modo, i vantaggi di un trattamento farmacologico del sistema endocannabinoide appaiono molteplici.

Esempio pratico
Se, come dovremmo aver compreso, la stimolazione dei recettori CB1 stimola l’assunzione di cibo, appare ragionevole procedere ad una loro inibizione per il controllo dell’obesità.
In effetti sono stati ottenuti risultati sui topi davvero sorprendenti fin dal 1997. Quando il farmaco è stato testato sull’uomo, ha confermato i risultati attesi: calo ponderale, abbassamento dei livelli di trigliceridi e riduzione dell’insulinoresistenza. L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) nel 2006 concesse pertanto L’AIC (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) al nuovo farmaco, Rimonabant.
Purtroppo, durante il monitoraggio post-marketing (quella che viene chiamata farmacovigilanza), sono stati riscontrati effetti avversi gravi di origine psichiatrica, come ad esempio alcuni tentativi di suicidio.
Pertanto, nel 2007 la FDA (Food and Drug Administration) non ha concesso l’AIC negli USA, mentre l’EMA ne ha sospeso l’autorizzazione nel 2008 concessa due anni prima. In seguito a questi avvenimenti, il Rimonabant è stato pertanto ritirato dal mercato.
Questo è un esempio di come il sistema endocannabinoide sia alla base di moltissimi meccanismi fisiologici, spesso e volentieri intrecciati fra loro. In questo senso possiamo affermare che la loro ampia distribuzione e la crucialità del loro ruolo rappresentino al contempo un vantaggio ed uno svantaggio nella terapia farmacologica.
Nell’ottica di una terapia per una determinata patologia, l’impiego di farmaci agonisti o antagonisti di questo sistema può produrre indubbiamente effetti benefici: la strategia terapeutica dovrà essere però disegnata appositamente sul singolo paziente, tenendo conto della sua storia clinica, della sua età, sesso, stato di salute attuale , e di eventuali caratteri di familiarità per una determinata patologia.