Budapest è una città incredibilmente bella. Quando la notte, tra il vento che ti soffia freddo addosso, cammini osservando il Danubio, è facile pensare a lei come alla città più romantica al mondo. I monumenti e i palazzi più importanti sono illuminati da calde luci gialle; tutto è pulito e splendente nel centro, tutto è solenne e elegante.

La cura e l’attenzione per le attrazioni cittadine non deludono certamente al Castello di Buda, costruito, distrutto e ristrutturato più volte nel corso dei secoli. La collina su cui sorge, che per secoli ha ospitato il palazzo dei regnanti di Ungheria, ha visto succedersi imperatori ungheresi, soldati ottomani, truppe asburgiche e rivoluzionari nel controllo della città.

Ora il castello ospita la Galleria nazionale ungherese, forse il posto a Budapest dove più si può imparare qualcosa della storia dell’Ungheria. La collezione d’arte magiara è infatti a dir poco impressionante. Soprattutto, mi ha colpita il grande spazio dato ai pittori dell’epoca rivoluzionaria del 1848-1849, nel pieno della rinascita nazionale ungherese; attraverso le loro opere hanno espresso lo spirito e gli avvenimenti più importanti del tempo.

 

La rivoluzione ungherese nell’arte e nella letteratura

Dopo aver subito la dominazione ottomana fin dal Cinquecento (famosa la sconfitta subita nella battaglia di Mohacs), il regno d’Ungheria venne progressivamente assorbito dall’Impero d’Austria, fino all’ufficializzazione della fine del Seicento. Ma gli ungheresi non dimenticarono la loro identità; nel corso degli anni, le difficoltà dell’Impero Asburgico con le varie nazionalità furono molte e pericolose. Il senso di identità magiara aveva radici profonde, e mal tollerava di essere omologato ad altre realtà dell’Impero. Il senso di insofferenza verso il dominio austriaco esplose nel biennio rivoluzionario 1848-1849, che infiammò l’Europa intera di risvegli nazionalisti. La rivoluzione ungherese “fu senza dubbio l’episodio più eclatante” di quel periodo: il terreno era stato preparato da una società in evoluzione, nell’arte, nella tecnica, nella letteratura.

 

Bertalan Szekely e le donne di Eger, 1867

Szekely  ebbe una delle carriere artistiche più brillanti del 19esimo secolo. Proveniente da una famiglia nobile, studiò a Vienna. Continuò a dipingere soggetti storici, che simboleggiavano la resistenza nazionale ungherese, anche dopo la sconfitta della guerra d’Indipendenza. 

Nel 1552 i Turchi, che occupavano buona parte del paese, attaccarono il castello di Eger, ma gli assediati riuscirono a respingere l’attacco. Nel corso dei secoli, molte opere letterarie hanno descritto questa eroica impresa; anche Szekely raffigura questo episodio, ma le sue intenzioni non sono quelle di ricostruire un evento accaduto più di trecento anni fa: nel suo dipinto, il tema diventa un diretto riferimento al 1848, in termini di difesa della libertà. L’artista, come dimostra la lettura della sua corrispondenza del tempo, si concentra sul problema di come rappresentare una lotta contro forze superiori, contro ogni possibilità di successo; e lo risolve ponendo una donna al centro del quadro, con la spada nel pugno, che fronteggia i nemici senza timore.

L’opera scosse l’opinione pubblica ed ebbe il potere di mobilitare le persone: mentre girava per i musei dell’Est Europa, partì una colletta per comprare il quadro per il bene pubblico.

 

Mor Than e la raffigurazione di un’epoca, 1875

Mentre il quadro di Szekely ci trasmette lo spirito del tempo, Mor Than, realizzando “Il tempo di Széchényi”, ci mostra i protagonisti della guerra d’Indipendenza. Ambienta il dipinto nella casa del nobile intellettuale Ferenc Széchényi, dove tradizione vuole che il poeta nazionale Sando Petofi abbia recitato il poema “Nemzeti dal” (Canto nazionale), che infiammò la gioventù di Pest alla rivolta. Ed infatti il poeta è presente, a sinistra, mentre regge la bandiera ungherese; accanto a lui Lajos Kossuth, il quale capeggiò il governo magiaro nel biennio rivoluzionario, confrontandosi con le truppe imperiali e con le forze delle altre nazionalità dell’Impero. Riuscì a far concedere da Vienna una Costituzione per l’Ungheria.  Al centro il nobile Szechényi, chiamato da Kossuth “il più grande ungherese”.  Politico, letterato, artista, fu il primo collezionista d’arte ungherese. A lui si deve, tra le altre cose, il ponte delle Catene, uno dei più belli di Budapest. Accanto a lui Ferenc Deak, il principale sostenitore del Compromesso che nel 1867 porterà l’Ungheria a un livello di parità con l’Austria, in quella che si chiamerà Duplice monarchia.

 

Sandor Petofi e il nazionalismo come libertà

Come abbiamo detto, tradizionalmente si fa risalire l’inizio della rivoluzione nazionale magiara alla declamazione del Nemzeti da parte di Petofi davanti a una folla che poi, infiammata dalle parole del giovane, marciò per la città dichiarando la fine dell’occupazione austriaca. Sebbene la realtà fu probabilmente diversa, Petofi ebbe un ruolo di rilievo nel risvegliare lo spirito nazionale del popolo magiaro. Nelle sua poesie ci sono delle costanti: il richiamo allo spirito nazionale, unito contro un dominio ingiusto e sofferto; il mito, l’idea, l’utopia della libertà. La libertà si intreccia alla rinascita nazionale indistricabilmente. Il primo verso del Nemzeti dal recita: “In piedi, o magiaro, la patria chiama! / È tempo: ora o mai! / Schiavi saremo o liberi? / Scegliete!”. L’idea della patria, sentita come nazione, è legata all’idea di libertà.

Come dice la Treccani alla voce riguardante il poeta, Petofi “ [anima] il fondo delle sue esperienze artistiche di un forte spirito sociale e umanitario attingendo in ciò ai motivi più validi del Romanticismo europeo”. Uno spirito sociale e umanitario, unito a un grande rispetto della libertà, libertà di pensiero, parola, movimento. Questa era la voce del nazionalismo ungherese durante la guerra d’Indipendenza.

Dall’Enciclopedia italiana, 1935: “Per la sua origine e per istinto il P. amava il suo popolo; la sua concezione etica e la particolare natura della sua fantasia lo avevano predestinato banditore e difensore della libertà: la corrente liberale dell’epoca, le idee democratiche, lo studio della rivoluzione francese e le poesie di Béranger non fecero che accrescere il suo fervore patriottico.”

La sua morte fu romantica come la sua vita: morì a 26 anni, in battaglia, e nessuno trovò il suo corpo, nessuno lo vide cadere; “sparì” – disse Carducci – “come un bel Dio della Grecia”.

 

La distruzione delle guerre mondiali

Abbiamo visto come, durante, prima e dopo gli anni rivoluzionari del 1848-49 il risveglio nazionale produsse in Ungheria, come in buona parte dell’Europa, un analogo risveglio dell’arte, della tecnica e della letteratura. I partigiani dell’epoca evocavano un’Ungheria libera e indipendente, dove ognuno potesse godere dei diritti fondamentali.

Certo, se avessero visto il futuro, avrebbero forse corretto le loro aspirazioni. Kossuth fu spesso criticato per non aver saputo ascoltare le altre istanze nazionaliste dell’Impero; e fu proprio a causa di irrivendicate questioni nazionali che scoppiò, nell’Impero Austro-ungarico, la prima guerra mondiale. Una guerra dalla quale l’Ungheria uscì sconfitta e umiliata, ridimensionata nel suo territorio e nel suo peso politico. Le perdite territoriali furono terreno fertile per rivendicazioni revisioniste; da lì, i successivi accordi con Hitler e l’entrata, tardiva, nella guerra contro l’URSS. Una guerra che l’Ungheria era destinata a perdere; quando il governo se ne rese conto e cominciò a intavolate trattative con gli avversari, Hitler fece partire il piano Margarete, che lasciò il paese nelle mani delle Croci Ferrate fino al 1945, che segnò l’arrivo dell’Armata Rossa.

La crisi del dopoguerra fu devastante; le preferenze del popolo si orientarono verso sinistra, e le elezioni del 1947 diedero il paese in mano ai comunisti filo-sovietici. Il governo Rakosi, durato dal 1948 al 1956, fu uno dei periodi più bui del dopoguerra ungherese. Mátyás Rakosi instaurò un regime autoritario, ricorrendo a ogni genere di censura, repressione, intimidazione contro le voci dissidenti.

Quando, morto Stalin nel 1953, i quadri sovietici vollero ammorbidire la dirigenza dei governi, Rakosi fu esonerato dal suo ruolo, sostituito da Imre Nagy, un grande politico ungherese.

 

Statua del soldato sovietico, Budapest

 

Nagy

Nagy iniziò il suo governo criticando duramente gli eccessi e le violenze della precedente amministrazione; anche per quanto riguarda il settore economico Nagy, economista di professione, dissentiva dalle precedenti posizioni del partito: per lui il regime doveva governare la società interpretandone le sue esigenze e cercandone il consenso. Ma, risolta la crisi dinastica al Cremlino, Nagy fu mandato via e addirittura espulso dal partito. Intanto, sull’Ungheria si addensavano nubi di ribellione: la morte di Stalin non aveva lasciata inalterata la società civile. Negli ambienti intellettuali ungheresi, interni o affini al partito, andava nascendo una seria opposizione alla politica rakosiana: il circolo Petofi, che chiedeva di procedere alla revisione del periodo delle purghe, oltre a portare avanti le riforme iniziate da Nagy. Il clima più rilassato delle relazioni internazionali, le agitazioni che venivano dalla Polonia, il tentativo del regime di censurare le voci dissidenti portarono a una situazione fluida e rivoltosa. Già nel settembre 1956 si vedeva crescere l’agitazione.

Il 23 ottobre 1956 si tenne una grande manifestazione; la gente voleva un discorso di Nagy, e lo ottenne. Poche ore dopo egli assumeva la guida dell’esecutivo, ma sarà una breve vittoria: quella che verrà chiamata la rivoluzione nazionale ungherese si trasformò in una guerra civile, che l’intervento delle truppe sovietiche esasperò al massimo.

Trattative a accordi si susseguirono fino al 4 dicembre, quando Nagy, dopo un ultimo appello contro l’invasione sovietica, dovette rifugiarsi nell’ambasciata jugoslava; ne uscirà solo per essere arrestato e, dopo un processo, condannato a morte.

La repressione fu durissima; l’Ungheria venne riportata alla “normalità”. Ma l’esperienza del 1956 rimase a lungo nei ricordi degli ungheresi.

 

Dopo l’Urss: la transizione democratica fino a Viktor Orban

La caduta del muro di Berlino, e prima il graduale collasso dell’Urss, portarono l’Ungheria, come gli altri paesi sovietici, a una transizione democratica che dovette affrontare tutti i problemi ereditati da decenni di autoritarismo. Non solo le strutture politiche, ma la concezione stessa della politica doveva cambiare, come quella della società, dei diritti umani, delle libertà fondamentali.

Non ci soffermiamo sulla pur importante storia del periodo di transizione, se non per accennare al ruolo che vi ha svolto il ritorno del nazionalismo magiaro: dopo gli anni sovietici infatti le campagne elettorali furono improntate sull’anticomunismo, e dunque sulla rivitalizzazione dei concetti nazionalistici.

Il primo governo capitanato da Viktor Orban prese avvio nel 1998. Dopo due legislazioni di sinistra, toccava al leader di Fidesz il comando del paese. Il primo mandato di Orban non lascia nessuna traccia interessante ai fini di questo articolo, sebbene si deve ricordare l’entrata nella Nato nel 1999. Le elezioni del 2002, e poi quelle del 2006, furono vinte dal partito socialista, che però non riuscì a far uscire il paese da una grave situazione economica che, cominciata decenni prima, venne aggravata dalla crisi mondiale. Questo delegittimò molto i governi al potere.

Il 23 ottobre 2006, una manifestazione organizzata da Fidesz a Budapest provocò vari disagi. Repubblica.it riporta: “in mattinata i sostenitori del principale partito dell’opposizione di destra, il Fidesz, avevano inscenato cortei e proteste in vari punti della città rivendicando per sé il ruolo di “veri eredi del 1956”. La polizia aveva disperso a manganellate una cinquantina di militanti di estrema destra, tra cui donne e anziani, che nei pressi del Parlamento scandiva “dittatura” e “Avo”, la polizia segreta del regime comunista cui fu affidata la repressione della rivolta popolare.”

Dal Corriere della Sera.it: “un certo numero di dimostranti di estrema destra si è scontrato con il consistente apparato di polizia che è stato mobilitato a protezione dell’area delle celebrazioni. Nella grande piazza Erzsebet centinaia di poliziotti, supportati da almeno tre blindati con cannoni ad acqua, hanno lanciato gas lacrimogeni contro 2mila manifestanti. I dimostranti hanno risposto con lancio di pietre e bottiglie e come alle dimostrazioni antigovernative ai primi di settembre hanno eretto barricate con cassonetti dell’immondizia per ripararsi e impedire alla polizia di avanzare. Un gruppo di dimostranti è riuscito anche a impossessarsi d’un carro armato d’epoca che era esposto nella piazza per le commemorazioni del 1956.”

Uno strano accostamento: mentre l’estrema destra ungherese, unita sotto il vessillo del partito di Orban, lo stesso Orban che pochi anni dopo inizierà una spietata campagna contro l’immigrazione, manifestava in ricordo del 1956, arrivava una dichiarazione che, vista ora, è piuttosto comica: in un incontro con degli studenti ungheresi in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della rivolta, l’allora Presidente della Confederazione Elvetica Moritz Leuenberger ha ricordato il forte legame che quell’occasione aveva creato tra Svizzera e Ungheria, quando la Confederazione accolse 14mila profughi ungheresi.

“[…] l’arrivo e l’integrazione in Svizzera di migliaia di profughi fuggiti alla repressione comunista ha perlomeno permesso a molti svizzeri e a molti ungheresi di conoscersi e di stringere amicizia”.

Prima, durante e dopo gli scontri, Viktor Orban incita i suoi sostenitori con slogan sempre più populisti, estremisti e nazionalisti. Le elezione del 2010 lo vedono decisivo vincitore: l’era Orban inizia.

 

2010/2017

I presupposti per un mandato sui generis c’erano tutti; e Orban non ha deluso le aspettative. Nel gennaio 2012 il governo propone una riforma della Costituzione, che scatena delle forti proteste di piazza: a fine febbraio decine di migliaia di persone si sono mobilitate, scendendo nelle strade per protestare contro una riforma vista come una regressione dei diritti umani. Nonostante le rimostranze del popolo ungherese e le preoccupazioni dei paesi occidentali (e in particolare dell’UE, che già a gennaio contesta i cambiamenti aprendo una procedura di infrazione), le riforme sono state approvate nel marzo 2013, introducendo diverse limitazioni alle libertà politiche e civili: da la Repubblica dell’11 marzo 2013 leggiamo: “in pratica [gli emendamenti approvati] introducono la liceità di limitazioni della libertà d’espressione, criminalizzano persino i senzatetto se dormono in strada, trasformano i laureati in prigionieri del paese, con divieto d’espatrio per dieci anni, e soprattutto fanno a pezzi il principio costitutivo di ogni democrazia e del mondo libero, la separazione tra i poteri e i sistemi di checks and balances: la Corte costituzionale è sostanzialmente esautorata”. I principali mezzi di informazione europei si allineano nel descrivere questa riforma come “antidemocratica”, così come l’Unione Europea e diversi costituzionalisti, politologi e giornalisti ungheresi.

Uscito nuovamente vincitore dalla elezioni politiche del 2014, Orban pare non avere più limiti. Dal 2015 in poi, in occasione dell’acuirsi della polemica sui migranti, se n’è uscito con belle frasette razziste e proclami di muri e referendum anti-migranti, poi fortunatamente bocciato alle urne dal mancato raggiungimento del quorum. Varie ong hanno denunciato un trattamento inumano verso i migranti, che potrà solo peggiorare alla luce delle nuove leggi approvate in merito al trattamento di coloro che transitano dall’Ungheria. 

Il 2017 lo ha visto poi scatenatissimo, mentre passa da una sconcertante dichiarazione sull’economia ( l’omogeneità etnica sarebbe necessaria per la crescita economica del paese) dalle basi piuttosto dubbie, a più concrete misure contro la libertà di istruzione, con il recente attacco alla Ceu, l’Università dell’Europa centrale. Il 10 aprile il presidente ungherese  Áder ha firmato la norma, ribattezzata Lex Ceu, che permetterà al governo di espellere l’università dal paese. Le proteste non si fermano, e decine di migliaia di persone hanno manifestato contro questa legge.

Un articolo del Visegrad Insight, tradotto da Internazionale nel numero 1200 del 14/20 aprile,  compara l’atteggiamente di Orban con quello di uno dei suoi ispiratori, Vladimir Putin: “l’atteggiamento di Mosca e Budapest si basa su una comune ideologia nazionalista e antioccidentale che affonda le sue radici nella presunta perdita di un passato glorioso (la Russia imperiale e la “grande Ungheria” di anteguerra). A differenza della Russia, però, l’Ungheria rimane un paese occidentale e democratico, membro dell’Unione europea e della Nato.

L’Ungheria di Orban può essere inserita nella lista dei cosiddetti regimi ibridi, in cui le istituzioni democratiche e lo stato di diritto non sono distrutti ma svuotati di ogni contenuto ed efficacia. A Budapest le istituzioni democratiche esistono ancora, ma funzionano male. Dal 2010 il loro ruolo di controllo del potere si è progressivamente ridotto. Il parlamento è ormai una fabbrica di leggi dominata dal governo, che in questi anni ha intaccato l’autonomia o assunto il controllo di tutte le istituzioni che avrebbero potuto controllarne l’operato. Anche la libertà dei giornalisti è stata fortemente limitata. Per usare una definizione dei politologi Steven Levitsky e Lucan A. Way, il regime ibrido ungherese è una sorta di autoritarismo competitivo: un sistema che mantiene solo l’illusione della competizione democratica.”

Le numerose proteste che hanno accompagnato i mandati di Viktor Orban dimostrano che molti ungheresi non si lasciano ingannare dalla retorica politica del loro primo ministro. Orban, nella sua narrazione distorta degli eventi, delle loro cause e conseguenze, dimentica una storia, anche economica, decisamente troppo complessa per essere ridotta nei semplicistici termini a cui lui la riduce; ignora la storia dell’Ungheria, una storia travagliata e battagliera, che ha visto un susseguirsi di cambiamenti di regime, governi, orientamenti politici e sistemi di produzione e mercato, che ha visto lotte prima per l’indipendenza e poi per la liberazione nazionale, e che può dimostrarci, se vogliamo ascoltarla, che il popolo ungherese non è mai stato incline a farsi togliere le sue libertà e i suoi diritti.

 

 

Bibliografia

Francesco Guida, “L’altra metà dell’Europa”, Bari, Editori Laterza, 2015

Testi a cura di Jozsef Vadas, “Hungarian Masterpieces”, Budapest, Corvina Books, 2003

Foto di G. Charaf