Tutti noi conduciamo un’esistenza intermediata da continue conversazioni.                                                                      

Viene così subito in mente la comunicazione verbale.

Esistono però altri canali attraverso i quali l’uomo, inconsapevolmente, si esprime. Ognuno di questi ha un obiettivo unico:  la possibilità d’interazione sociale.  Se ciò non accadesse, lentamente, ci si ritroverebbe in un solitario silenzio, una realtà difficile da immaginare eppure descrittiva della condizione di  moltissimi soggetti colpiti da patologie o disturbi vari, come accade per esempio nel caso dell’autismo.

Da qui nasce un’attività probabilmente ancora poco conosciuta e accreditata, ma valorizzata e considerata di grande efficacia da chiunque abbia avuto modo di sperimentarne gli effetti: la pet therapy.

In molti, per necessità o per scelta, posti di fronte alla necessità di “curare” un disturbo, preferiscono adottare esclusivamente terapie convenzionali, tralasciando questa co-terapia che però integra, rafforza e coadiuva le tradizionali terapie stesse: può giocare un ruolo fondamentale e vede come protagonisti gli amici a quattro zampe.

Il beneficio che si trae dal contatto con gli animali nasce dallo scambio empatico che si stabilisce con loro. Ciò accade necessariamente per mezzo di un canale comunicativo diverso da quello verbale.

Boris Levinson, psichiatra infantile, nel 1960 annunciò per la prima volta le sue teorie sul beneficio legato alla compagnia di un animale, applicando egli stesso questa “ cura “ ai suoi pazienti.

Solo nel 1997 viene fondata la Delta Society in Australia, che studia gli effetti terapeutici derivati dal prendersi cura di un animale; lentamente si afferma l’efficacia della zoo terapia, e ad oggi son nati: l’ippoterapia, che prevede l’impiego dei cavalli, l’onoterapia con gli asini, la delfino-terapia insieme ai delfini, la falconeria grazie ai rapaci e altre terapie svolte con cani, gatti, pappagalli e conigli ecc.

L’animale adatto al caso viene selezionato in base al variare dell’obiettivo finale da perseguire.

I conigli, ad esempio, insegnano la delicatezza dei movimenti e della pressione delle mani. I cani, in base all’approccio adottato, rimandano un feed-back positivo o negativo facilmente intuibile, restando l’animale cui ci si possa accostare con più familiarità. Qualunque sia la scelta, tutti gli esemplari sono accomunati da una caratteristica : creano la necessità di sviluppare una sensibilità tramite la quale comunicare, secondo un canale inusuale, diverso  da quello prettamente umano, rendendo possibile dunque l’espressione e l’allenamento stesso all’interscambio.

Tra tutti questi particolare attenzione meritano i cavalli.

Con la loro mole imponente e una traducibilità e un’ interpretazione difficoltosa, rispetto alla semplicità ( seppur apparente ) che ritroveremmo per esempio con un cane, categoricamente impongono un rispetto e una partecipazione attiva alla loro comprensione.

Inoltre con sbalorditiva sensibilità possono e riescono a catturare l’attenzione e l’interesse anche dell’individuo più “lontano”.

Viaggiando su un piano sensoriale che si interpone tra questo animale e colui che ne viene a contatto, nasce uno scambio quasi istintivo, che spianerà la strada alla necessità e, il più delle volte, alla riuscita di una comprensione reciproca per giungere infine a una relazione.

Durante un percorso di ippoterapia, il bambino, il ragazzo o l’adulto adatterà i suoi mezzi e il cavallo stesso calibrerà la propria energia fino a che i due esseri defluiscano in un legame simbiotico.

Nei primi passi di questa relazione risulta fondamentale l’avvicinamento graduale, che avviene tramite il tatto, l’odore o la vista. Si impara così pian piano a riconoscere le forme, a rispettare gli spazi e a controllare gradualmente comportamento e movimenti: la risposta veloce dell’animale, in quanto molto sensibile,  attiva il concetto di azione-reazione.

Il soggetto, anch’egli generalmente di spiccata sensibilità, condurrà una ricerca omeostatica delle proprie energie in relazione a quelle del cavallo, imparando come una cattiva modalità di azione ne comporterebbe la compromissione.

Si parte allora dai primi approcci, dove il lavoro comincia con il “grooming”, ovvero la cura e la pulizia dell’animale.

In questa fase la finalità è far conoscere e riconoscere l’attrezzatura e il suo utilizzo, tramite la ripetizione e la dimostrazione del metodo da parte del tecnico o dell’istruttore. Un meccanismo semplice basato su immagini ed esperienza.  

Senza rendersene conto, tra i tre elementi interessati sta già avvenendo una comunicazione finalizzata mediante un canale chiaro e comune.

Gli step successivi si produrranno solo quando i primi vengano compiuti con successo, sino ad arrivare alla sella, accompagnati e affiancati dall’istruttore e, nei casi migliori, giungendo a una conduzione supervisionata ma indipendente.

Qui accade la magia vera e propria:  500 Kg in media di massa riescono a  percepire una singola mosca sulla pelle. Non passa dunque inosservato un peso medio che venga posto sulla loro schiena.

Il cavallo cerca e dona equilibrio, per se e per chi porta: una postura dritta (che stimola la coscienza di sè ), la corretta respirazione profonda, per  rilassare entrambi e sciogliere la tensione muscolare, sono richieste, obiettivi e presupposti fondamentali. Il movimento meccanico del corpo, poi, è interamente guidato dalla mente che, una fase dopo l’altra, impara il come produrre quel tipo di movimento.  Si memorizza come salire, come scendere, girare, fermarsi per arrivare in seguito agli esercizi più complessi.  Durante tutto il training è necessario lo sviluppo dell’ingegno ai fini della riuscita. E’ necessario affidarsi e concentrarsi. E’ necessario capire e farsi capire, per cui si trova finalmente un mezzo per farlo, poco importa se non sia il consueto canale verbale. Addirittura meglio, poiché chi monta sa perfettamente che uno degli scogli più grandi dell’equitazione è proprio il doversi estrapolare da un modo comune di pensare e interagire.

In questo modo si finalizza l’obiettivo: 

Prendendo in prestito un modello comunicativo che non appartiene all’essere umano si riesce infine a esprimersi e interagire oltre i “ limiti che il disturbo stesso impone” .  Questo porterà il paziente a esser più sereno e fiducioso.  La riuscita della terapia risiede nella speranza che la serenità e le skills&abilities ritrovate allenino il soggetto,  riversandosi nella vita quotidiana da poter affrontare, ora, con qualche elemento conoscitivo e d’interrelazione in più

“L’oro gitano non tintinna e non brilla. Luccica al sole e nitrisce al buio.” Cit.