Io guardo in TV il programma RAI sull’attività di Falcone per l’anniversario del suo attentato allorquando prima di morire venne lasciato solo.
Mia moglie entra per caso e mi vuole parlare di vita quotidiana, ma si accorge subito che sono addolorato e mi chiede perché; poi si gira e comprende da sè.
Mi dice: “Perché guardi queste cose brutte. Con i Simpsons sorrideresti un pò!“
Io non riesco a discostarmi da chi mi ha fatto del bene: ai miei concittadini e alla nazione intera.
Vorrei tanto spiegare a mia moglie, e prima ancora a me stesso, perché continuo a sentirmi fuori posto, perchè sentir parlare di mafia di fa stare tanto male. Le vorrei rispondere che mi sento un mafioso, o meglio un mafioso non lo sono mai stato.
Mi sento un vigliacco perché anch’io ho lasciato solo Giovanni Falcone.

Appena otto mesi prima del suo attentato ero andato via da Palermo per fare la mia carriera. Mi ricordo ancora quella data: era il 23 maggio di venticinque anni addietro; un weekend in cui mio padre mi era venuto a trovare.
Egli guardava il TG mentre io preparavo la cena, ed alla notizia della morte di Falcone diede un pugno sul bracciolo del divano e poi per la prima volta mi abbracciò e pianse sulla mia spalla.
Io sentii un brivido scendermi lungo la schiena, una sensazione mai provata: come se le sue lacrime fossero gocce di ghiaccio che percorrevano lungo il corpo.
Mio padre è sempre stato orgoglioso della divisa che portavo, quale unico dei suoi figli ad averla indossata.

Il programma avanzava e venivano intervistati i figli degli uomini della scorta morti con il magistrato.
Costoro erano soltanto dei bambini e divenuti poi dei ragazzi cresciuti senza un padre, ma con madri coraggiose.
Erano cresciuti tutti tra una pacca sulla spalla per le commemorazioni, e tanti sguardi disbiego dei loro concittadini. Quando ho visto il figlio dell’agente Schifani con la divisa ed i gradi da tenente, non ho trattenuto le lacrime.
Non comprendo il motivo per il quale dopo tanti anni tale ricordo mi fa stare ancora male, e mi chiedo quando m’abbandonerà.

Forse avverrà quando finalmente verrà fatta giustizia, ovvero quando dimenticherò, ma ciò è molto difficile.

Ogni volta che torno a Palermo, atterro all’aeroporto “Falcone Borsellino”, e mi sento investito appena esco da quel caldo umido tipico della mia terra; percorro l’autostrada che costeggia il mare mentre dai finestrini entra l’odore acre della salsedine.
Sorpasso il bivio di Capaci su quell’ asfalto dove saltò in aria Falcone con tutta la sua scorta, e percorro quel parco che porta il nome di quell’auto blindata fatta a pezzi dal tritolo.
Arrivo a Palermo e, prima di essere a casa, fiancheggio il parco comunale impiantato su un terreno espropriato dove si trovava l’appartamento di Riina.
Purtroppo il mandante di quell’assassinio abitava proprio nel mio quartiere natio.
I più informati mi faranno notare che quegli era il capo mandamento dei “viddani“, cioè dei contadini e pertanto, di Corleone.
Esatto, ma quando fu catturato abitava in quella casa.

Mi ricordo ancora quella fredda mattina in cui ciò avvenne, e qualcuno dice che fu quasi per un semplice errore, mentre Riina si aggirava per le strade del quartiere accompagnato dal suo autista di fiducia.
Egli venne riconosciuto dai carabinieri mentre andava a comprare il giornale e le sigarette: un comportamento comune e giornaliero.
Quella stesse sigarette che probabilmente adesso sono la conseguenza della sua malattia per cui l’avvocato ne chiede la scarcerazione. Perdonatemi se io, invece, non mi commuovo.

Ricordo soltanto che quella mattina avrei voluto ricambiare l’abbraccio a mio padre, ma non ero con lui.
Riina ormai è lontano da tempo, come in quel quartiere non ci sono più la maggior parte dei miei coetanei; quegli stessi con cui giocavo da bambino per strada con il pallone, ed uno dei loro fratelli maggiori sfrecciò in mezzo a noi con la sua vespa inseguito da una volante mentre faceva il commesso per la droga dei mafiosi locali, e c’intersecò perché sapeva che i carabinieri non avrebbero sparato ad altezza d’uomo rischiando di colpirci.

Alcuni di quei miei compagni non ci sono più perché, da cittadini onesti, hanno seguito le orme dei fratelli maggiori, altri sono andati via perché non sopportavano di vivere in quell’ambiente malsano dove si è con la mafia o contro essa.

Non vi è più il tossico-dipendente che muore sotto il suo balcone per una dose tagliata male; anzi non vi è più nemmeno il balcone, perché la sua famiglia si è dovuta vendere la casa e tutti gli altri beni pur di non vedere il loro bambino fare una brutta fine per mano dei debitori.

Non c’è più il giornale “L’Ora” che scriveva la verità sulla malavita organizzata a Palermo, e venne dichiarato fallito per ben due volte per mancanza di sponsor, dal momento che nessuno voleva finanziarlo perché troppo imbarazzante.

Non vi sono più tante imprese, che sono state dismesse perché taglieggiate, o perché non riuscivano a vincere gli appalti che finivano sempre in mano ai prestanome della mafia.

Non vi sono più quei tanti figli di mamma che, nonostante avessero i numeri per riuscire, non avevano avuto mai un posto di lavoro decente.

A dire il vero non ci sono più nemmeno io. Anch’io, ormai, sono andato via da molto tempo. Però commette un errore chi dice che tutti quelli che non vivono più a Palermo non possano esprimere pareri in merito alla scarcerazione di Riina secondo l’art. 27 della nostra costituzione che dispone: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”.

Ricordo che quando si apprese la notizia dell’attentato mortale a Falcone gli altri uomini della scorta che non morirono con lui, si recarono dal prefetto e, con il sangue agli occhi per quello che era accaduto e pistole quasi alla mano, gli dissero che, in fin dei conti, lo sapevano tutti chi erano gli autori e volevano soltanto l’autorizzazione ad ucciderli.
Il prefetto rispose ad essi che non erano come quegli assassini, e che il loro compito era quello di assicurare i colpevoli alla giustizia.
Chi sostiene, infatti, che non si può applicare la legge del taglione perché noi siamo delle persone civili ha perfettamente ragione.

Tali persone, però, non dovrebbero dimenticare che tutti noi abbiamo subito le conseguenze delle scelte sanguinarie e scellerate di un assassino, e che ancora paghiamo per quelle conseguenze, e ciascun italiano dovrebbe costituirsi parte civile, e non soltanto i parenti delle vittime che vengono uccise ogni giorno per decisioni affatto consone al riconoscimento della giustizia.

Noi di tutto ciò ne subiremmo il contraccolpo ancora una volta qualora Riina venisse lasciato in libertà fino alla fine dei suoi giorni.

Rendiamoci ben conto che vedere i mafiosi assistere al maxi processo da dietro le sbarre fu per essi la più grande umiliazione che il pool antimafia abbia potuto loro infliggere.
Quelle sbarre dividevano idealmente l’onestà dalla disonestà, la giustizia dall’ingiustizia, la dignità dalla mafia. Cosa nostra ha perso quando è stata umiliata.

La reclusione, oggi, per noi siciliani non è la più grande punizione per il mafioso; essa è ancora oggi la possibilità di dividere idealmente la mafia dalla dignità, perché per noi vale tanto lo stato di diritto quanto il diritto ad uno Stato. Permettere a costoro di passare in casa gli ultimi anni della vita, anche se malati fisicamente, con la famiglia e con gli “amici”, ma ancora in grado d’intendere e di volere, significherebbe consentire ad essi di prendere ancora decisioni che rovinerebbero la vita di tanti italiani e, soprattutto, lascerebbe comprendere che chi è dalla loro parte si gode la vita, onde quei criminali meritano ogni rispetto.
Significherebbe, però, soprattutto trasformare la loro casa in un santuario d’uomini d’onore, e ciò non lo possiamo permettere.

Reputo, quindi, inopportuno dover specificare ulteriormente le motivazioni per respingere la richiesta da parte dell’avvocato di Riina di togliere tale omicida dal regime del 41 bis, ed è proprio in funzione di tale disposizione, la quale prevede il carcere duro e l’isolamento per i boss mafiosi, che dovremmo stare tranquilli sull’esito negativo di tale istanza.
Dovremmo… adotto il condizionale non a caso; ma soprattutto perché Il 30 gennaio scorso, a sorpresa, Riina si disse pronto, tramite il suo difensore, a farsi interrogare per la prima volta da PM, giudici e avvocati del processo “Trattativa Stato-mafia”.
Successivamente, il 9 febbraio, in seguito ad un colloquio con i suoi legali avvenne un’altra sorpresa:“Sto male, ho un problema”.
A che gioco gioca Riina proprio nella fase finale di tale processo?
A chi rivolge tale sua disponibilità a parlare poi revocata 10 giorni dopo?
Come dev’essere intesa tale improvvisa e immotivata apertura?

Egli non si è mai pentito e continua a minacciare i giudici, tenuto conto che ultimamente ha fatto anche sapere che il tritolo per il dott. Di Matteo è già arrivato a Palermo nell’ipotesi che tale giudice “sgarrasse“ troppo nello svolgere la sua attività giurisdizionale come i suoi predecessori defunti.
Riina, più semplicemente, con la minaccia di parlare e fare i nomi dei suoi mandati nonché dei suoi soci in affari poco leciti con lo Stato, lancia messaggi chiari di non scordarsi di lui, malato e detenuto in regime di 41 bis, vale a dire il carcere duro e l’isolamento .
Se a qualcuno che ha molto potere dovessero tremare i polsi per il timore di finire imputato per mafia e, pertanto, tentare di fare pressione perché a Riina vengano concessi gli arresti domiciliari, non soltanto continuerà ad infangare il nome di quelle persone che ha già contribuito a far morire, perché le stragi di Capaci e di via D’Amelio hanno sicuramente uno o più complici nella politica italiana.
Costoro abbiano il coraggio di dire che non spetta a una giuria popolare decidere la posizione carceraria di un boss mafioso come Totò Riina, ma non ci tapperanno la bocca.

Noi continuiamo a far sentire il nostro disgusto, e non lasceremo che tali persone ammazzino di nuovo chi è morto per la nostra libertà.

Non lasceremo che Falcone e Borsellino muoiano di nuovo nel silenzio; noi questa volta alzeremo la voce!

In foto Salvatore Riina subito dopo il suo arresto nel 1993