Due righe di prefazione.

Da sempre appassionato di poesia dialettale, soprattutto romanesca (quella vera, da G. G. Belli fino all’insuperabile Trilussa, passando per Zanazzo, Del Monte, Pascarella e tanti altri), ho provato, con tutta la reverenza e modestia possibile, a cimentarmi nei sonetti. E da quel giorno di diversi anni fa ho scoperto che a Roma, ancora oggi, c’è un mondo, sommerso, nascosto, quasi obliato, di persone che scrivono in romanesco, di associazioni e di prestigiose istituzioni come l’Accademia dei Romanisti che continuano a tener vivo questo pezzo di cultura popolare “nostra”. E, come da tradizione, non si tratta soltanto di letterati o artisti (gli indimenticabili Aldo Fabrizi con le sue poesie incentrate sulla cucina o il regista Gigi Magni, coi suoi splendidi film sulla Roma dell’ottocento, fino al Gigi Proietti dei giorni nostri), ma anche e direi quasi soprattutto da persone “normali”, non famose, autisti dell’ATAC, vigili urbani, addetti alle pulizie, casalinghe, pensionati. Oggi si torna a scoprire che a Roma c’era un festival della canzone romana, a cavallo del XIX ed il XX secolo, che si teneva ogni anno ad inizio estate sui pratoni di piazza S. Giovanni, in occasione della festa dell’omonimo santo.

Ora stiamo assistendo ad un prezioso revival di questa forma di cultura. Nella forma poetica scritta sono ormai diventati familiari i sonetti de i “Poeti der Trullo” (nome collettivo, vero marchio di fabbrica, utilizzato da diversi artisti anonimi). Provate a cercare nel web i sonetti romaneschi vecchi e nuovi, classici e non, e gustando le differenze linguistiche comprenderete come anche il Romanesco, lingua viva e parlata, si sia evoluto nel corso del tempo arricchendosi e contaminandosi. Nel leggere i miei vi prego di essere clementi. Vi si possono trovare errori storici o inesattezze, ma sono scritti di getto e col cuore.

 

Aventino

Garbatella

Gazometro

Monteverde

Monti

Ostiense

Pincio

Piramide

San Giovanni

Testaccio

Tramonto